Advertising Politico. Twitter dice basta

Il rapporto della politica col mondo social è sempre stato molto particolare. Da una parte molti politici usano questi strumenti per comunicare con i cittadini in maniera diretta e cercare di creare un’immagine il più possibile accattivante e vicina al possibile elettorato. Dall’altra spesso i social vengono utilizzati per veicolare notizie false e che screditino gli avversari.

Un sistema, quello dell’utilizzo delle fake news per indirizzare il voto popolare, che è alla ribalta già da un paio di anni. La risposta dei social network a questa ondata di false informazioni, che ha avvelenato i dibattiti politici,  ha tardato ad arrivare ed è molto diversa tra le diverse società. Soprattutto per quanto riguarda i contenuti sponsorizzati dalle pagine appartenenti a gruppi politici.

Facebook, anche per via dello scandalo Cambridge Analytica, ha messo in campo norme molto più stringenti per quanto riguarda l’amministrazione di pagine politiche (gli admin devono sottoporre il proprio profilo a verifica) e reso molto più trasparente l’uso della pubblicità sulla piattaforma (mostrando chi paga l’advertising, tenendo un archivio dei post che sono stati sponsorizzati, mostrando il paese di residenza degli amministratori della pagina…).

In questi giorni Twitter ha avviato il proprio percorso in questo senso e lo ha fatto con una scelta molto radicale e che ha acceso discussioni.

Con un tweet Jack Dorsey, inventore e proprietario del social network, ha annunciato che, a partire dalla fine di novembre 2019, Twitter non permetterà più di fare sponsorizzazioni per contenuti di propaganda politica.

“Abbiamo deciso di fermare tutte le sponsorizzazioni politiche su Twitter, in tutto il mondo. Crediamo che il messaggio politico debba guadagnare la propria audience, non comprarla. Perché? Per diverse ragioni”

Al primo messaggio segue un thread di tweet in cui Dorsey spiega le motivazioni di questa decisione: “La pubblicità su internet è molto potente ed efficace, ma ci sono molti rischi politici quando viene usata per influenzare voti, influendo sulla vita di milioni di persone. Questo non ha nulla a che fare con la libertà di espressione. Ha a che fare con il pagare” per raggiungere il pubblico più ampio possibile e “ha significative ricadute che l’architettura democratica di oggi potrebbe non essere in grado di gestire”.

Con un esempio pratico il fondatore di Twitter spiega: “Un messaggio politico può guadagnare consenso quando le persone decidono di seguire un account o ritwittarlo. Pagare per raggiungere nuove persone rimuove quella decisione. Riteniamo che questa decisione non debba essere compromessa dal denaro.”

Una posizione, quella assunta da Twitter che non ha incontrato il favore di tutti, soprattutto non quello delle borse, che hanno visto il titolo del social network perdere più del 2%.

A non convincere è questa visione dell’advertising di un messaggio politico come “imposizione” e “condizionamento” del pensiero degli utenti dei social e degli elettori.

In generale la pubblicità, sui social network, permette di essere “visti” di più ma questo non porta con sé automaticamente il consenso. Molto spesso le fake news non si propagano con tweet sponsorizzati, ma con azioni coordinate di diffusione dei messaggi tramite centinaia di profili fasulli che sono stati creati appositamente per queste operazioni.

Forse gli interventi andrebbero fatti su questi account e con un maggior controllo dei contenuti che vengono veicolati tramite Twitter.

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