La Germania ha deciso di dichiarare guerra all’Hate-Speech e alle fake news sui social, ed è la prima a promulgare una legge a riguardo. Il primo ottobre il Bundersrat ha annunciato l’entrata in vigore del “Netwerkdurchsetzungsgesetz, chiamata anche “legge Facebook”.
Con questo nuovo codice i social network con più di due milioni di iscritti saranno tenuti a rimuovere i contenuti diffamatori, pena multe che possono raggiungere anche i 50 milioni di euro.
Da gennaio 2018 Facebook, Twitter e Youtube, per fare qualche esempio, dovranno provvedere a cancellare i post ritenuti infamanti.
A stabilire l’entità delle multe sarà il ministero della Giustizia che sta già predisponendo uno staff di 50 dipendenti che saranno occupati per vigilare sull’applicazione della norma. Al personale, che verrà a trovarsi spesso a contatto con materiale delicato, sarà offerto un supporto psicologico.
Il codice punta a ripulire i social da post razzisti, minacce, false notizie da querela, contenuti palesemente violenti o pagine e post che neghino l’Olocausto, che dovranno essere eliminati dal social network entro 24 ore; nei casi più controversi l’esame durerà, comunque, massimo una settimana.
Rispetto alla prima versione discussa dal Parlamento tedesco, adesso i social network non sono tenuti a cancellare anche tutte le copie della pagina o del post offensivi che circolano in Rete, ma solo ciò che si trova sulle pagine di loro proprietà.
La norma sarà effettiva da gennaio 2018, ma gli interessati hanno già dovuto indicare un rappresentante fisico, una persona che sarà responsabile per i casi in cui non venga applicata la norma e per le denunce. Chi dovesse ricevere più di cento segnalazioni sarà, inoltre, obbligato a consegnare un rapporto semestrale per spiegarne i motivi.
Heiko Maas, ministro della Giustizia uscente (Spd), ha spiegato alla Zeit online che “i crimini legati all’odio sono aumentati del 300% negli ultimi anni. Molta gente abbandona esasperata i social network, perché non ne può più. Ma noi intendiamo proteggere anche la loro libertà di opinione“.




